Il “fattore D”: perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia

Scritto da: Raffaele Mauro in Donne leader on Print PDF

Il nuovo libro di Maurizio Ferrera , docente presso l’Università degli Studi di Milano, è un passo importante per capire come la condizione economica delle donne sia un fattore fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un’economia avanzata.

Il “fattore D”, l’ampiezza ed il peso delle donne nel mondo del lavoro, può infatti avere un impatto notevole sulla vita produttiva, un contributo molto maggiore rispetto a buona parte delle politiche economiche abitualmente discusse. Si tratta di un elemento molto rilevante nel caso italiano, dato che nel nostro paese il tasso di occupazione femminile, il numero di donne lavoratrici tra il 15 ed i 64 anni, è pari a circa il 46,3%, un valore molto basso rispetto alla media dei paesi sviluppati. Inoltre è presente anche un elemento “qualitativo”, riguardante il tipo di occupazioni ed il livello retributivo della popolazione femminile. Il Global Gender Gap report 2007 del World Economic Forum, uno studio annuale riguardante la condizione economica femminile, ci posiziona 84esimi su 128 nazioni, una retrocessione rispetto all’anno precedente in cui l’Italia era posizionata al 77esimo posto. La classifica è composta da 4 sottoindici: opportunità economiche, opportunità politiche, salute, ed istruzione.  La voce peggiore è quella della partecipazione economica, dove il nostro paese si colloca 101esimo, la migliore è quella dell’istruzione, dove siamo 32esimi. E’ inquietante il rapporto tra questi due indici, che suggerisce uno scarso rendimento dell’investimento in capitale umano, quindi una struttura sociale bloccata, con scarsa di meritocrazia e la presenza di colli di bottiglia per l’avanzamento di carriera delle donne.

 

Il substrato teorico del ragionamento di Ferrera è la cosiddetta “womenomics”, il filone di studi che analizza l’impatto economico delle attività femminile. Il termine è nato a seguito di uno studio di Kathy Matsui, elaborato per il centro studi di Goldman Sachs nel 1999, in cui si attribuiva l’incepparsi del motore di crescita del Giappone alla scarsa partecipazione femminile nel mondo del lavoro. Il termine womenomics, e la prospettiva teorica ad esso correlata, è ora entrato all’interno del dibattito corrente ed è spesso presente nella denominazione di convegni, articoli scientifici ed inchieste giornalistiche. L’autore del “Fattore D” argomenta giustamente che tale prospettiva di analisi sia valida per l’Italia in misura anche maggiore rispetto al Giappone, visti i nostri bassi tassi di occupazione e gli ostacoli per l’avanzamento di carriera. Il miglioramento di queste variabili avrebbe un effetto notevole sul PIL, sulla sicurezza finanziaria delle famiglie, un aumento di performance e creatività nelle imprese e più in generale porrebbe migliori condizioni per l’emancipazione e l’indipendenza femminile. Un maggiore livello di occupazione femminile creerebbe inoltre un “moltiplicatore economico”, aumentando la domanda di servizi di varia natura (asili nido, cura degli anziani, ristorazione, servizi per le abitazioni), generalmente svolti dal coniuge donna, che potrebbero essere esternalizzati, come accade in molti paesi nordici.

 

Dai dati Eurostat si nota come sia forte il distacco tra aspirazioni e realtà, molte donne vorrebbero lavorare ma non trovano le condizioni per farlo. E’ cruciale in tal senso il ruolo delle politiche sociali e della regolazione del mercato del lavoro. E’ necessario, secondo Ferrera, rafforzare i meccanismi di tutela della maternità ed avere un approccio più deciso nei confronti dei congedi parentali, questi ultimi sono infatti utili non solo per la loro componente economica ma anche per il loro impatto culturale, sottolinenando come le attività di cura e relazione possano essere prerogativa di entrambi i coniugi di un nucleo familiare. Un altro elemento fondamentale è l’apertura di un numero elevato di asili nido e strutture di assistenza per la prima infanzia, fattore indispensabile rendere compatibile la maternità con il lavoro. Esistono inoltre numerosi fattori di contorno, di natura culturale e di organizzazione generale della società, che possono rendere più agile la compatibilità tra “vita e lavoro” ad esempio l’apertura di negozi e degli sportelli pubblici in orari più flessibili. Maurizio Ferrera propone quindi un “modello Lego” di welfare, fondato sulla flessibilità e sull’adattamento ai mutevoli tempi di vita e di lavoro legati alle economie moderne. Un modello basato sul potenziamento dell’autonomia individuale, tendente a ridurre gli ostacoli alla mobilità sociale “ex ante”, tramite un forte investimento nella cura dell’infanzia, nell’educazione primaria e nell’istruzione, piuttosto che nel riparare i danni “ex post”. Tutto questo è realizzabile con l’identificazione delle migliori politiche esistenti in Europa e ed all’interno dell’Italia, come nel caso di Reggio Emilia per gli asili. Le “best practices” possono essere studiate, esportate e riadattate nei territori, fissando standard qualitativi e mantenendoli tramite operazioni di monitoraggio e valutazione continua. Per fare questo è necessario generare una chiara ed incisiva forma di consapevolezza collettiva: fortunatamente il libro di Ferrera accresce la visibilità di questo tema ed incentiva il dibattito per una futura riforma delle politiche sociali.

Raffaele Mauro

Il libro:     Maurizio Ferrera, "Il fattore D", Mondadori, Milano, 2008. 


Commenti (16)Add Comment
in calce al collegio di milano
scritto da diego, dicembre 04, 2008
il paradosso delle quote rosa, tanto per usare un termine colorato, letteralmente si tinge di nero quando si pensa alle affermative actions che vengono attuate nei paesi di nuova indipendenza, o di vecchia indipendenza ma ancora sotto il giogo coloniale economico, i cosiddetti paesi neicoloniali.

l'esempio del sudafrica è emblematico: alcune aziende cominciano a vendere azioni solo ed esclusivamente a quei soggetti che sono stati svantaggiati (ma lo sono tutt'ora) sotto il regime dell'apartheid, quindi i coloureds.

i bianchi, ovviamente, non possono comprare nulla e possono solo dire: "ma così si crea un secondo razzismo, perchè in una società giusta e meritocratica com'è quella attuale i coloureds riuscirebbero cmq ad uscire fuori dal pantano economico in cui sono stati immersi ecc. ecc.";

stessa identica cosa che diceva stefano ier sera: con le quote rosa si crea una classe protetta, ironicamente paragonata ad un gruppo di animali in via d'estinzione, che non tiene conto delle capacità straordinarie delle donne.

quello che si vuole fare nel mercato sudafricano è reinserire i coloureds da sempre emarginati, così come si vorrebbe fare in italia: reinserire le donne in posizioni da sempre dominate da un ordine maschile.

tutti gli allarmismi mascherati di altruismo e panottimismo che individuano nelle quote rosa o "coloureds" un modo surrettizio di reintrodurre un presunto 'razzismo' danno molto da pensare.

altra questione è, nel caso del sudafrica, chi, tra i coloureds, riuscirà ad acquistare le costose azioni? si potrebbe fare un parallelo anche in italia: quali donne riusciranno ad occupare quelle posizioni?

certo sulla lunga distanza si può immaginare una normalizzazione del sistema: ma dovrà passare per un (non) nuovo clientelismo, questa volta, di stampo femminile?.
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Lavoro femminile e crescita economica
scritto da Mirko CC, dicembre 30, 2008
Raffaele,
leggerò il libro di Ferrera. Spero di trovare anche indicatori diversi da quelli prettamente economici (es. tassi di divorzio, indici di qualità della vità, ecc.). Non voglio essere frainteso, credo che la crescita economica sia l'obiettivo primario che traina il benessere. Tuttavia, ormai dovremmo aver capito che tale crescita economica non va perseguita dimenticandosi di altri aspetti "socio-ecologici". La womenomics ha un impatto sull'evoluzione del mondo incredibile e non ci si può concentrare solo sugli effetti economici.
Mi spaventano le azioni da "best practice" come le quote rosa Norvegiesi se prima non si è creata una visione sociale per il futuro dell'Italia e se non sono state messe in piedi azioni concrete di welfare positivo per la pari opportunità dei sessi.
Inoltre, anche all'interno del mero obiettivo di crescita economica, stiamo attenti a prendere bene in considerazione anche i principali side effects che possono derivare da un mancato tempismo tra le diverse azioni di politica sociale. Faccio un esempio: la donna italiana che lavora molte ore (in assenza di asili) è costretta a lasciare i figli piccoli ai nonni e magari ad utilizzare una "colt" (o badante per i genitori). I nonni finiscono per dedicare il 40-50% del tempo ai nipoti (non è che potremmo trovargli qualcos'altro di socialmente utile nel no profit?), i nipoti passano ore della giornata con persone spesso di scarsa cultura e con cui non connettono granchè (l'handicap famigliare rimane, come dice Roger), le bandanti rumene mandano il 50-60% dei loro guadagni (tra l'altro in nero) nei paesi d'origine per mantenere i famigliari o finanziare l'acqusito della casa, non pagano tasse in Italia, usufruiscono di aiuti e sussidi sociali. Ma possiamo dire che questa donna va a guadagnare 1000-1500 euro al mese con cui fa crescere l'economia...
Sto riflettendo molto sul tema...
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scritto da Last Chaos Gold, ottobre 23, 2009
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